La fine del mondo

A volte il mondo sterza all’improvviso e io invece proseguo inerte la mia corsa, e passa un po’ di tempo prima che mi accorga di essere fuori strada.
L’altro ieri in effetti si capiva  che stava arrivando la fine del mondo. Quelle nuvole grigie alte che correvano all’impazzata trascinate dal vento. Tutto quel traffico. Forse gli altri lo avevano già capito. Io no. Io avevo solo quella sensazione di malessere, ma non riuscendo a darle un nome ho fatto finta che non esistesse.
E invece quando sono arrivata a casa la notizia mi ha incontrata prima ancora di togliermi il cappotto.
“Ho deciso che smettiamo di fare vino. Perdiamo una quantità insensata di quattrini. Adesso basta”
Sono riuscita a mugolare un “Noooo….” intanto che il cervello mi friggeva, annaspando alla ricerca di una soluzione, della soluzione, lì su due piedi, all’ingresso, col cappotto in mano.
Immagini ingarbugliate e pensieri affannati.
Il mondo ha sterzato.
Io ho chiesto una proroga per digerire e per dare tempo al miracolo di manifestarsi così all’ultimo momento e di sistemare le cose. Per riallineare il mondo al mio percorso.
Non so se questa volta quella benedetta bacchetta magica apparirà, almeno questa volta, è tanto tempo che la aspetto, magari adesso arriva, oppure se un’altra volta dovrò girare lo sguardo per capire quale direzione ha preso il mondo e cercare di riallinearmi ancora.
Ogni volta faccio un po’ più di fatica.
Vorrei sedermi, chiudere gli occhi e fare finta di niente.
Magari se sto seduta qui per un po’ in silenzio fa meno male.

 

Ci sono un marocchino, un’albanese e un maliano….

Ci sono un marocchino, un albanese e un maliano seduti alla nostra tavola che mangiano la pastasciutta buonissima che ha preparato Messaouda.
A capotavola, sottosopra per un potente raffreddore, c’è la Fata Turchina.
Ci siamo anche io e Messaouda per altro.
Siamo in pausa pranzo.
E’ iniziata finalmente la raccolta delle olive, decisamente più tardi di quanto avremmo voluto, ma la pioggia, l’uva, i tempi della campagna, le quarte figlie che nascono così tra l’uva e le olive e le altre figlie che hanno bisogno del babbo mentre la mamma partorisce e la festa della castagna e… io volevo, te lo giuro… e le cavallette…
Insomma finalmente è iniziata.
E quest’anno oltre ad Abderrazak e a Shaban, c’è Salikou giovane giovanissimo maliano che ha appena ottenuto l’asilo come rifugiato e il permesso di soggiorno.
Noi siamo il suo primo lavoro in Italia. E non so perché ma la cosa mi fa piacere. Non ce n’è ragione, ma mi sento in dovere di fargli una buona impressione del suo primo lavoro in Italia.
Certo la raccolta delle olive non è forse l’attività più gratificante, ma è quello che facciamo e quello che possiamo offrire a questo giovanotto sorridente e gentile.
Il marocchino, l’albanese e il maliano hanno anche qualcosa d’altro che condividono oltre a una pastasciutta e la raccolta delle olive.
Tutti e tre hanno fatto un viaggio per mare. Un viaggio perché per ragioni diverse tutti e tre non potevano più sperare di avere una vita dignitosa nel posto in cui abitavano.
Il marocchino aveva una giovanissima e bellissima moglie ed era già padre della prima bambina della serie (a lui piace fare figlie femmine e farne tante tantissime. Sua moglie è un po’ che dice: ok, ma adesso basta. Ma dopo un po’ partorisce una bambina bellissima, come lei, e poi dice: ok, ma adesso basta…). Lì dov’era, coi suoi baffoni, giovanissimo a fare il plombier non riusciva a garantire una vita alla sua famiglie e così le ha sistemate con la sua mamma ed è partito all’avventura, clandestino sul gommone ed è arrivato in Spagna e poi in Francia e in Italia, ha lavorato nelle vigne, ha fatto il pastore, il muratore, tutto quello che poteva. Ed è vissuto sottotono, comportandosi benissimo per non dare nell’occhio, per non essere notato, per non essere rispedito a casa e dover ricominciare daccapo. Ha avuto cattivi consiglieri che hanno approfittato della sua situazione di necessità e della sua fiducia. Dopo sette anni di questa vita, senza aver mai visto nel frattempo né la moglie né la sua bambina, ha incontrato la Fata Turchina che ha detto: sei un bravo ragazzo, vorresti lavorare per noi? E siccome non era possibile fare magie, la Fata Turchina ha percorso con determinazione e senza mai scoraggiarsi l’intricato percorso per dotarlo di un suo proprio e vero permesso di soggiorno. E così quel ragazzo marocchino ha potuto finalmente rivedere e portare con sé in Italia la sua famiglia. E sono dieci anni che lavora, molto stimato, per la Fata Turchina.
L’albanese ha preso tanti barconi e ha dovuto dimostrare di essere più furbo dei lestofanti che facevano finta di arrivare in Italia e invece lo volevano risbarcare in Albania e di quelli che facevano finta di non poter rispettare i patti sugli approdi. Lui è calmo, sorridente, me lo vedo sul gommone che senza alzare la voce esige di essere condotto dove era stato pattuito ed alle condizioni pattuite. Ma questo è successo tanti anni fa. Sono tanti anni che lavora in Italia. E’ un eccellente potatore ed in generale un uomo molto affidabile.
Il maliano è giovanissimo, ma era ancora più giovanissimo quattro o cinque anni fa quando una bomba gli ha ucciso la famiglia e lui ha cominciato a camminare e ha camminato per anni fino ad arrivare in Libia dove si è imbarcato in una di quelle bagnarole che spessissimo vediamo in televisione, dopo aver visto e vissuto cose che non ci possiamo neanche immaginare. E’ proprio uno di quelli che ci sembrano tutti uguali e che ci sembrano tanti. Ma invece è una creatura in carne ed ossa, con la sua storia, che fa paura conoscere. Nessuno, nessuno può essere considerato uno dei tanti.
Oggi a tavola l’italiano era la lingua franca, declinata e giocata con moltissime e personalissime sfumature, ma si è dimostrata un mezzo affidabile per comunicare, scambiarsi istruzioni sul lavoro e anche per ridere un po’.
Domattina un marocchino, un albanese e un maliano saranno alla loro seconda giornata di lavoro insieme.
Questi destini, trasportati da barche, che si incontrano per un attimo nel regno della Fata Turchina mi fanno un effetto che non so dire. Li interrogherei per ore.
Ma per fortuna non lo faccio.
E le cose sembrano andare piuttosto bene.

PS: giusto per chiarezza, per essere la Fata Turchina non è necessario portare un vestitino azzurro e il cappello a punta, si può anche avere pochi capelli e scegliere di portare barba e baffi. Basta saper fare le magie giuste al momento giusto…

PS2: anche Messaouda è marocchina, ma lei è arrivata con l’aereo. Ed è tutta un’altra storia…

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Il Quarto

Pioggia a dirotto.
Autunno.
9 anni fa.
La Fata Turchina col naso appiccicato alla finestra guarda fuori quel cane acciambellato zuppo d’acqua sotto a un olivo: Quella è vita da cani…
La Treccani (Idefix, Chelgross, Settembre) sono immacolati e asciutti. Loro sono i cani titolari, i cani di diritto, hanno cucce, ciotole e ripari.
Nei giorni precedenti, nei mesi precedenti la Fata Turchina aveva tentato varie magie per dissuadere quel cane dal credere di poter diventare titolare.
Quel cane fa parte di un branco di cani pastore che lavorano con le pecore nel podere appena sotto. Sono cani spelacchiati, pieni di cicatrici, orecchie tagliate, code mozze, aggressivi o meglio difensivi del gregge, con una gerarchia interna che continua a cambiare a suon di morsi. Quello lì fuori deve essere arrivato da poco perché ha ancora le orecchie e la coda. E’ magrissimo, spelacchiato e molto molto diffidente. Deve rivestire il ruolo omega nel branco.
Ma da quel giorno di pioggia la Fata Turchina ha appoggiato la bacchetta magica e non ha più cercato di fare magie per rispedirlo a casa sua. Anzi. Gli ha procurato una ciotola.
Una ciotola tutta per lui.
Per lui, il Quarto.
Il Quarto non ha ancora capito che la sua vita sta cambiando. Si avvicina timidissimo, coda tra le gambe, a distanza di sicurezza per non essere acciuffato.
Ci metterà un po’ a capire che è diventato titolare di una ciotola.
Ci metterà un po’ a decidere di smettere di lavorare. Per molto tempo alla mattina alle 5 va a lavorare come cane pastore per tornare alle 5 di sera.
Poi a un certo punto capisce di essere diventato il Quarto e si trasferisce definitivamente.
Ancora non si fa avvicinare.
Per nove anni rifiuta di accostarsi al cibo se vicino alla ciotola c’è un umano. Deve aver interiorizzato quando era piccolo che accettare cibo da un umano nasconde una grossa fregatura.
Solo recentemente, e lasciando tutti stupiti, decide che la Fata Turchina è un tipo affidabile e accetta bocconi direttamente dalle sue mani.
Da qualche anno ha cominciato a farsi pastrugnare, basta che non gli tocchi il fondoschiena, altrimenti scappa piangendo.
Il Quarto è grosso, grossissimo, è bello, bellissimo. Probabilmente è un vero pastore abruzzese.
Cammina a fatica da tanti anni, gli fanno male le zampe posteriori, il fondoschiena. Forse avrebbe avuto bisogno di integratori quando era in crescita. Ora non funzionano neanche bene sporadici antinfiammatori. Ma se si va a fare una passeggiata e lo si invita a partecipare, viene. Piano, piano, sbuffando, camminando sghimbescio, ma viene.
“Dai Quarto, ti aspettiamo”
Banf banf
“Dai Quartone che ci fa bene una passeggiata”
Banf banf banf
Il Quarto non ce la fa più.
Sabato lo ho invitato espressamente a fare una passeggiata, in genere non insisto, a volte fa finta di non capire oppure proprio mi ignora.
Sabato è venuto.
Ha fatto una fatica enorme a sollevare il posteriore e ha camminato piano, tutto per traverso.
L’ultima passeggiata del Quarto.
E’ caduto, si è infangato, si è spossato nello sforzo di liberarsi.
Si è spaventato.
Lo abbiamo portato all’ospedale.
Il Quarto è stanco.
Le macchine dei veterinari dicono che dentro al Quarto ci sono tante malattie.
E’ difficilissimo credere che non ci sia più niente da fare. Si combatte con l’immaginazione, si accolgono impressioni altrui che generano speranze.
Sono finite anche le speranze.
Il Quarto se ne è andato stamattina.
Lo ho grattato e accarezzato più forte che ho potuto.
Lo abbiamo amato in molti, il Quarto.

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Quarto con Settembre e Idefix che giocano
Dai Quartone, forza
Dai Quartone, forza
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il Quarto e la tacchinella

In campagna, come si fa?

Non era così una volta, me lo ricordo bene.
D’accordo era solo dieci anni fa, ma dieci anni fa era diverso.
Non ho capito cosa è successo.
Forse avevano solo bisogno di prendere confidenza, si sono avvicinati piano piano. Hanno verificato giorno per giorno, anzi notte per notte quanto si potevano spingere vicini.
Forse i cani si sono abituati alla loro presenza, perché altrimenti non mi do spiegazioni.
Mi ricordo di una notte in cui Judalee abbaiava come un forsennato proprio sotto la finestra della camera. Mi sono affacciata e c’erano gli altri tre cani che stavano dormendo acciambellati e Judalee ultimo baluardo della notte che abbaiava a un cinghialone che, a due metri da lui, stava mangiando le prugne cadute sotto l’albero. Devo avergli detto stupita: Judalee, ma cosa fai? E lui prendendolo per un incitamento ha dato una specie di morso al cinghiale che, senza agitarsi troppo e anche un po’ disappuntato, è trotterellato via.
Ma anche Judalee è capitolato. Forse sono troppi o forse davvero ci si abitua alla presenza reciproca.

Fatto sta che la volpe me le sta portando via tutte. L’altro ieri un’anatra, l’ennesima e ieri un’oca, l’ennesima. Per non parlare delle faraone che, se non conto gli ultimi nati, si sono ridotte a un solo maschio di non so quante. E la volpe ormai si fa beffe anche della luce. Viene tranquilla di giorno e razzia quello che le pare. Una per volta, una per giorno.
Pasqui dice: Vedi, magari è qui a dieci metri da noi, nascosta, che aspetta e aspetta.
Così devo davvero, per forza, veramente, tenere tutti gli animali chiusi nei recinti.
A volte dopo qualche giorno di reclusione mi dico: Si sarà disabituata, la volpe, magari posso lasciarle libere di razzolare oggi. Soprattutto oche e anatre che hanno così bisogno di pascolare. E invece quando le richiudo nel recinto la sera ne conto una di meno.
Che nervi!!!

E poi c’è lui, anzi loro. Le capre le chiamano qui. I daini. Daini? mi chiede la forestale, a cui chiedo come fare per arginarli… Non ci sono daini a Preggio. Ci sono, ecco qui le foto.
Ah… forse sono i daini scappati dagli allevamenti…
Forse, ma sono millemilioni e mi mangiano tutto l’orto. Non ho fagioli o fagiolini, non ho più fragole, zucchine, meloni, peperoni (mangiano le piante dei peperoni, quelle dei pomodori e delle melanzane no…), insalata, erbette, mi rosicchiano le zucche in maturazione, devo coglierle acerbe per salvarne qualcuna.
Eh, insomma, basta!!

E allora chiedo furente a qualcuno di appostarsi col fucile (è illegale lo so) e acchiappare almeno un daino, come guidrigildo per tutti questi anni di fatiche inutili e raccolti frustrati.
E quando quel qualcuno cerca di concordare il momento, vengo presa da smarrimento e dico… ehm… no, aspettiamo ancora un attimo, provo ad alzare la recinzione.
E alzo la recinzione, e il daino non si scompone, per nulla, e la salta e mangia e fa la cacca, così giusto per ricordarmi che è passato anche di lì.

E allora vengo ripresa da furore: Voglio un daino con la polenta nel mio piattoooooo! Strillo.

E oscillo così tra rabbie incontenibili e incapacità di dare veramente l’ordine di reazione armata.

Ma una volta non era così…
Come si fa a tornare a una volta?

 

 

 

Castedduzza nel bosco

Sta raccogliendo col rastrello gli scarti di potatura lungo la strada.
Lo avviciniamo: scusi sa per caso dove si trova la villa romana di San Pietro? La guida dice alle pendici del monte….
Ci pensa un po’ su e poi dice: ahh! Si, noi in dialetto la chiamiamo la Castedduzza. Vede quello sperone là che si stacca dalla collina? Ecco, la Castedduzza è lì sulla sella tra sperone e collina. Dovete scendere per quella strada fino alla fontana con la pila per far bere gli animali e poi salire.
Super B, che comunque sa tutto, mentre ci avviamo seguendo le istruzioni borbotta: mmmmm… non credo che la villa sia lì.
Io sono comunque contenta di fare una passeggiata nel bosco dopo gli strascinati coi peperoni di Vaglio.
E così saliamo per il bosco, il sentiero ombreggiato, un tripudio di cardi fioriti per arrivare alla sella e constatare che non c’è nessuna casa romana e neanche una Castedduzza.
La villa Romana è in realtà lungo la strada principale invisibile dietro ad un recinto e completamente soffocata dell’erba.
Torniamo allora a Vaglio. Andiamo a vedere il santuario di Mephitis a Rossano. Probabilmente doveva essere uno spettacolo la quantità di acqua che scorreva dentro e fuori dal tempio. Mephitis dea osca, delle delle acque (sulfuree), dea che presiede nei momenti di passaggio. Nel tempio e intorno sono stati trovati resti di statuine che ricordano le Cereri e le Persefoni appena incontrate in Sicilia. Ci doveva essere una produzione abbastanza standardizzata di statuette ed oggetti votivi. Nel sito incontriamo un signore che sta facendo pulizia col decespugliatore. Uno dei cinque volontari che si alternano per tenere aperto Rossano, Serra e il museo a Vaglio, tre donne e due uomini fra i quali lui è l’unico ad usare il decespugliatore. Il suo collega dice: io non lo so usare. E lui replica: anch’io non lo sapevo usare ma si può imparare!
Ma non ha successo e continua da solo imperterrito a fare del suo meglio per rendere accessibili i siti, per quello che può.
Gli ingressi sono gratuiti.  Ci lamentiamo che facendo pagare un biglietto potrebbero raccogliere un minimo di fondi per un minimo di manutenzione…
Scrivete alla Sovrintendenza, ci pregano tutti.
Lo faremo.
La Basilicata sembra un posto meraviglioso nonostante la trascuratezza e la mancanza di fondi per averne un minimo di cura.
Certo che non ci sono delinquenti, ci dice la nostra ostessa, siamo così poveri che
non possono rubarci niente, abbiano delinquenza e organizzazioni criminali tutto intorno, ma noi non suscitiamo nessun interesse perché siamo i più poveri di tutti.
Sarà così ma la bellezza certo è abbondante.