British in the jungle

British in the jungle

Mia cara tu, proprio tu, che ami l’azzurro e il British, sono stata in un posto ed ho pensato molto a te.
Una buffa e insolita situazione.
Un signore vestito da cow boy, di quei tipi però che sono un miscuglio di inglese e kenyano, ha parlato di cacca di gallina e di paglia di grano biologica per circa un’ora ad un pubblico molto attento di attempati inglesi e di giardinieri kenyani. La sua azienda produce un compost biologico.
Sono stata invitata a partecipare da una signora inglese che vive in Kenya da anni e che, come tutti i tuoi amici inglesi ha una vera passione per tutto ciò che è giardino ed orto.
Siamo stati ospiti di un luogo fresco e ombroso nel quale un residence adiacente coltiva i vegetali per la sua clientela. Ora è la stagione delle piogge e io avevo due golfini, mentre i tuoi amici inglesi accartocciati nelle loro schiene di vecchietti vestivano di cotone a fiorellini e di tanto azzurro, quello che piace a te.
Ci hanno offerto tii end coffii end samchéick prima dell’incontro.
Anche il cow boy anglokenyano non è più di primo pelo, ma inizia l’incontro ricordando l’impegno della sua mamma ultraottantenne che si occupa ancora con entusiasmo di verde e che viaggia di scuola in scuola in Kenya a piantare alberi e a proporre cultura del verde. Sono strani i tuoi amici inglesi. Me la vedo accartocciata e rugosa, come i signori che stanno prendendo il tè ora con me, che va di scuola in scuola coi suoi vestiti a fiorellini (o da cow boy, chissà?) a insegnare a chi vive decisamente immerso alla natura qual’è il significato e l’importanza del verde. Lo so, lo so, la deforestazione…, l’utilizzo di carbonella superinquinante per cucinare, la difficoltà nella gestione dei rifiuti per cui attraversi delle zone nelle metropoli e non in cui ci sono distese enormi di rifiuti, discariche a cielo aperto, ma indubbiamente la gran parte della popolazione kenyana vive in un verde che è un verde vero
Ma la cosa che mi ha colpito di più è che nella lingua Swahili non esiste un corrispondente per “biologico”. Se cerchi di farti tradurre biologico non capiscono cosa vuoi dire. Probabilmente non hanno ancora chiaro cosa significhi che l’agricoltura “tradizionale” è quella invece più artificiale che ci sia.
Il cow boy spiegava che il terreno delle aziende che producono caffé è tè è terreno morto, che continua a produrre, come in tutte le coltivazioni intensive grazie a un dosaggio continuamente aumentato di fertilizzanti e pesticidi. E che il futuro è nel suo compost biologico.
In questi giorni sto leggendo con grandissima difficoltà Dead zone di Philip Lymbery e tutto, ma davvero tutto, mi sembra poter essere ricondotto a quello che sto leggendo.
Il cow boy (mannaggia, mi spiace continuare a chiamarlo così, ma non ricordo il nome… David? Daniel?…boh..) che era lì per raccontare la magnificenza e la super efficacia del compost che la sua azienda produce, ha raccontato con orgoglio che il suo compost è prodotto con paglia di grano biologico e cacca di gallina che vengono sottoposti a un trattamento per cui risulta pronto in 3 mesi, invece che nei classici 12 mesi. Per ragioni di business. Ovviamente.
Ha insistito a lungo nel dichiarare che la paglia è biologica. Che l’organismo certificatore è tedesco ed estremamente scrupoloso, perché il grano che viene coltivato in Kenya viene acquistato tutto ad un prezzo preventivamente convenuto, da un mulino (?) tedesco che vuole la maggior certezza di organicità.
E la cacca di gallina?
Qui gli argomenti mi si mescolano nel cervello perché mi si mescolano anche le esperienze.
Il cow boy (David/Daniel?) è stato forse convincente, ma io ho provato un fortissimo disagio.
La cacca di gallina proviene da un gigantesco allevamento di polli kenyano, che non è certificato biologico, ma è certificato halal.
Ha cercato di dimostrare che halal non è solo come vengono uccisi gli animali, ma anche il cibo che mangiano, che deve avere certe caratteristiche. Ha poi detto che il 75% del pollame prodotto in Kenya va in Arabia Saudita, come se anche ciò fosse una garanzia di qualità. Ha precisato che il pollame allevato parte da ibridi (non OGM ha sottolineato) che fanno crescere pulcini che in 12 settimane (sigh!) diventano polli di 2 chili (sono sempre ineluttabilmente pulcini, pulcini abnormi, ma in 12 settimane sono ancora pulcini…).
A qualche chilometro da Preggio, c’è un allevamento intensivo di questo genere di “ibridi”. In piena notte in genere finiscono le operazioni di carico dei “polli” da 2 kg e tir carichi di gabbie stipate serpeggiano per le colline umbre, diretti ai macelli. Lungo le strade delle colline umbre ci sono alberi che strisciano contro le gabbie e a volte le aprono. E a volte succede che io tornando (rarissimamente) a casa nottetempo trovi la strada punteggiata da queste palle rotonde di piume bianche. La maggior parte cadendo dal camion muoiono (ho il sospetto che non muoiano sul colpo…), ma se ne trovo qualcuno vivo, e mi accorgo che sono vivi solo perché respirano, non perché si muovano, li carico e li porto a casa. Sono delle creature puzzolentissime, non so se lo siano perché stanno per la maggior parte del tempo sui loro escrementi o se siano i mangimi che li rendono così devastanti. Comunque li carico e li porto a casa. Anzi in genere li lascio da Pasqui, perché lui ha un ambiente protetto nel quale non vengono a contatto con gli altri suoi polli.
La prima volta li ho portati a casa e ho avuto la malaugurata idea di lasciarli in compagnia di uno dei miei pulcini. Era un pulcino bianco, come loro, e aveva forse più della loro età, ma era grande un decimo. Era stato isolato perché sembrava che avesse una zampina rotta, invece aveva solo bisogno di ripigliarsi perché era il più debole della covata. Bene, quando li ho messi insieme, i due pulcinoni da 2 chili e il mio pulcino da 1 etto, il mio pulcino ha cominciato a randellarli come tamburi, peché fosse chiaro che il capo era lui. Quelle palle di piume rotonde non avevano la forza di reagire e di sollevarsi. Le loro ossa non sono adatte a reggere quella massa di peso, non crescono parimenti alla carne. Avevano la testa abbassata e cercavano di difendersi come potevano nascondendosi. In Dead zone e in Farmageddon, sempre di Philip Lymbery, si parla prevalentemente di allevamenti intensivi e dei danni, gravi, gravissimi, che gli allevamenti intensivi provocano in mille direzioni, non solo quello della salute (antibiotici in quantità sempre maggiore per poter inibire eventuali patogeni che colpiscono gli animali ammassati), ma soprattutto ambientali, sparizione della biodiversità, inquinamento del suolo per produrre mangimi, inquinamento dei fiumi che riversano nei mari quantità enormi di fertilizzanti che alimentano alghe che consumano talmente tanto ossigeno per cui ci sono delle aree, vaste e numerose, in mari e oceani in cui la vita non c’è, o il vivo muore. E quello che a me sembra quasi più importante è che i polli non sono affatto considerati esseri viventi senzienti. Vivono in un modo del tutto innaturale per loro, ma del tutto naturale per chi li alleva. Gli standard secondo cui lavorano gli allevamenti intensivi non riguardano minimamente le abitudini e le caratteristiche comportamentali e attitudinali degli animali (lo so che tu, proprio tu, lo sai).
Così i pulcinoni che raccolgo ancora vivi li lascio da Pasqui e cerchiamo di disintossicarli e lasciarli tranquilli in un ambiente in cui abbiano lo spazio per muoversi e per razzolare (i polli razzolano, sono onnivori e curiosi). Li lasciamo in pace finché non si riprendono e si fanno un pochino più forti. Fino a quando riescono a sollevarsi e camminare. Restano estremamente sproporzionati. Ma nel nostro piccolo, per quello che ci è possibile cerchiamo di offrire loro un briciolo di dignità. Qualcuno ce la fa, qualcuno invece che si è ferito nella caduta dal camion non ce la fa.
La forestale mi ha chiesto di avvisarli immediatamente quando dovessi incontrare ancora polli per strada. Io finora mi sono solo preoccupata di controllare e raccogliere quelli che trovo vivi.
Ecco. Tutto questo mistone nel mio testone di amante delle galline in una mattinata kenyana.
Non avevo voglia di polemizzare (di pollemizzare). Ero ospite di persone gentili.
Non ho parlato neppure dei libri di Lymbery con Daniel/David.
L’ho fatto con qualche gentile vecchietta inglese.
Hanno comperato il compost presentato. Lo hanno comperato per i loro giardini belli e rigogliosi (I loooove the jungle-garden dicevano entusiaste fra loro). Ed erano, e sono, indubitabilmente molto carine con i vestitini e i cappellini a fiori e tutte le loro rughe.
Io bevo il tè e mi rimescolo dentro.
E faccio davvero fatica a capire come tutti questi livelli fatti di gardeners e tartarughine inglesi e produttori di manure e amanti di galline potrebbero comunicare.
Bevo il tè e mi rimescolo dentro.

 

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